Scritti da Saturno

di Rossella Arena

Mese: marzo, 2013

I miei occhi (3).

I miei occhi. (1)

I miei occhi. (2)

I miei occhi. (4)

Un paio di anni fa decisi di trasferirmi in Emilia, in modo da poter essere più vicina allo studio di Rovigo ed effettuare così le visite con più regolarità. Ritrovarmi a vedere doppio mi aveva messo molta tensione addosso. Mi chiedevo come avrei fatto a portare avanti tanti aspetti della mia vita quotidiana con tranquillità, se non riuscivo più a vedere bene. Ero anche un po’ provata, perché venivo da anni in cui mi ero già dovuta occupare attivamente, per altri disturbi, della mia salute. Volevo quindi un supporto costante, in modo da dedicarmi a questo problema con tutte le mie forze. Avevo capito poi che esso si era manifestato fisicamente attraverso il malessere agli occhi, ma poteva essere ricondotto alla necessità di una visione generale, sana e serena, di tutta la mia vita.

Mi affidai con molto sollievo agli esercizi e, visita dopo visita, cominciai a tranquillizzarmi, perché sentivo che mi facevano bene e che mi ero messa sulla strada giusta.

Un giorno la dottoressa mi chiese: “Se guardi nel tuo passato, in quale momento della tua vita potresti collocare il disturbo? Ed era successo qualcosa di particolare in quel periodo?”.

Non dovetti pensarci molto, perché mi veniva in mente soltanto un episodio della mia infanzia. La cosa che più mi stupisce, ripensandoci, è che quando la dott. mi fece questa domanda, il fatto si formò abbastanza chiaro nella mia mente. Non riuscivo però a parlarne: iniziai a raccontare ma mi si strozzò la voce. Mi meravigliai della mia reazione emotiva e quasi subito mi bloccai. La dottoressa mi disse che non dovevo parlarne per forza, potevo scriverne. Dovevo e volevo riaprire la porta che avevo chiuso.

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(immagine trovata su Internet, autore ignoto)

Cominciai a lavorarci su. Mi venne presto in mente che potevo strutturare quel ricordo non come un semplice racconto ma come una vera e propria sceneggiatura. Mi sembrava un sistema migliore per richiamare alla memoria l’avvenimento nel modo più obiettivo possibile, rimanendo aderente a quel che era accaduto, più che alla mia interpretazione soggettiva.

L’episodio era avvenuto in famiglia: forse l’idea della sceneggiatura arrivò anche dall’avere sperimentato in passato le costellazioni familiari (si tratta di un metodo che prevede proprio di mettere in scena un avvenimento -o un rapporto fra due o più persone-, scegliendo gli “attori” tra gli altri partecipanti: collocando ciascuno di essi nello spazio vuoto, e chiedendo ad ognuno di assumere una certa posizione o atteggiamento, si vedrà successivamente come, per lo più in silenzio, si ritrovano ad interagire fra di loro. Dal loro relazionarsi diventa presto chiaro cosa sta succedendo o è successo fra le persone rappresentate. Per maggiori info vi consiglio di leggere qui).

Giorno dopo giorno, battuta dopo battuta, mi immersi sempre più in quel ricordo, trovando il coraggio di scrivere e vedere tutto quello che era successo.

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Al lavoro sulla sceneggiatura

Non fu semplice, sia perché quello che ricordavo mi faceva non poco male, sia perché, dato che dell’episodio in famiglia non se n’era fatta più menzione, nel voler fare luce su di esso mi sentivo molto sola e addirittura in colpa. Era come se nessuno stesse dalla mia parte, ma la realtà era che nemmeno io ero mai stata dalla mia parte! Mi preoccupavo di non ferire i sentimenti degli altri, ma avevo cancellato i miei. Ancora adesso faccio fatica a dare loro il giusto spazio. 

I miei occhi. (1)

I miei occhi. (2)

I miei occhi. (4)

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I miei occhi. (2)

I miei occhi. (1)

I miei occhi. (3)

I miei occhi. (4)

Vedevo doppio, e la cosa mi confondeva non poco. Era in effetti un momento di grande confusione nella mia vita, proprio tutto il contrario di ciò che desideravo. Dentro di me però riuscivo a vedere un punto fermo e luminoso, da quello mi facevo guidare come se, all’interno di un ciclone, tenessi lo sguardo fisso sull’immobile occhio al centro.

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Radiance, by Denise Linn

I primi approcci con la rieducazione visiva furono rari e distanziati fra di loro. La dottoressa a cui avevo deciso di rivolgermi aveva uno studio a Rovigo, e uno a Milano. Scelsi quello di Rovigo, ma allora non avevo una fissa dimora: soggiornavo a Roma, qualche volta andavo in Calabria, trascorsi anche un periodo a Nizza, in Francia. Feci quindi qualche visita sporadica, ma soprattutto cominciai a trovare il tempo da dedicare quotidianamente agli esercizi di rieducazione.

La rieducazione visiva consiste appunto nel rieducare gli occhi, portandoli ad assumere un equilibrio visivo naturale, tramite degli esercizi molto semplici, che richiedono un 30-20 minuti al giorno per la loro esecuzione. Cliccando qui è possibile leggere la biografia della mia dottoressa e apprendere, tra le altre cose, che il suo primo incontro con questi esercizi avvenne leggendo dei manuali di William Bates: inizialmente testò gli esercizi su sé stessa (per una forte miopia), poi nel tempo, dopo risultati sempre più eclatanti, elaborò un suo vero e proprio metodo, dedicandosi completamente all’applicazione e allo sviluppo della rieducazione visiva.

Il primo esercizio con cui ebbi a che fare si chiamava Sole: un punto da fissare, tante linee che convergevano su di esso, in modo da aiutare i due occhi a vederlo insieme, mantenendo costantemente al centro il loro sguardo.

Sole, illustrazione di Dario Frascoli – © Cristina Zandonella 2007

A questo esercizio ne ho gradualmente aggiunti altri, che prevedevano l’utilizzo di due matite e, successivamente, di una mira posta ad altezza occhi sulla parete.

Visione Binoculare, C. Zandonella http://www.rieducazionevisiva.it

Visione Binoculare, C. Zandonella http://www.rieducazionevisiva.it

Giorno dopo giorno questi esercizi hanno dato i loro frutti, ma alla loro pratica quotidiana ho affiancato anche un lavoro di introspezione, la cui necessità si è fatta strada spontaneamente.

I miei occhi. (1)

I miei occhi. (3)

I miei occhi. (4)

I miei occhi. (1)

I miei occhi. (2)

I miei occhi. (3)

I miei occhi. (4)

Oggi volevo iniziare a raccontarvi della mia esperienza con la rieducazione visiva. Da quand’ero molto piccola avevo un difetto di convergenza, una sorta di strabismo latente, che mi portava in alcuni casi a vedere con un occhio solo. Più usavo gli occhi nelle attività di tutti i giorni, più mi stancavo. Ho sempre letto molto, poi è arrivato pure il computer, usato per infinite navigazioni sul web,  per tanto studio e lavoro. Dato che gli occhi spesso non guardavano insieme, tutto il peso della visione doveva sostenerlo l’occhio destro: nel contempo c’era un forte squilibrio perché i due occhi non vedevano insieme con naturalezza ma, per ottenere questo risultato, dovevano sforzarsi. Ho iniziato ad avvicinarmi al metodo alla fine del 2010, quando la situazione oculare era arrivata al limite: il lavoro alla mia tesi di laurea, e in più quello su un libro, mi avevano stancato eccessivamente la vista. Completamente presa da quello che stavo facendo e dalle scadenze, tenevo gli occhi incollati allo schermo, concedendomi ben poche soste. Ne approfitto per dirvi che è essenziale fare delle pause mentre si lavora, anche perché il mantenere l’attenzione concentrata su un punto, porta gli occhi a rimanere più aperti e ad ammiccare di meno, un semplice gesto che invece favorisce il loro rilassamento. Questo accade soprattutto quando si utilizzano videoterminali, dato che la luce emanata dallo schermo è innaturale e poco rilassante per la vista. Per avere maggiori informazioni su come prendervi cura dei vostri occhi, vi consiglio di tenere presente questa pagina.

Il risultato di questo affaticamento fu che,  da un momento all’altro, iniziai a vedere doppio. Da tempo stavo pensando di occuparmi di questo problema latente ma, tra un impegno e l’altro, lo mettevo sempre in secondo piano, dato che nella vita quotidiana non mi dava eccessivamente fastidio. Non fui neanch’io ad accorgermene, ma una mia insegnante del ginnasio, che un giorno disse ai miei di aver notato che, durante le lezioni, il mio sguardo si perdeva nel vuoto, e l’occhio sinistro si spostava verso l’esterno. I miei mi fecero visitare da un oculista, il primo a parlarmi di questo difetto di convergenza. Mi disse che potevo fare degli esercizi con una matita, tornare dopo un certo periodo per controllare i cambiamenti. Fui molto perplessa, eseguii qualche volta gli esercizi senza troppa convinzione, li lasciai perdere dopo qualche settimana. In fondo avevo 15 anni e nessuna consapevolezza di cosa volesse dirmi il mio sguardo.

Solo ora capisco quanto profondamente parlasse di me, quanto sia diventato sempre più importante che i miei occhi guardino insieme. Perché soltanto con lo sguardo diverso e congiunto di entrambi, si può arrivare a una visione completa e profonda. Che per me non si sta rivelando solo fisica, ma anche interiore.

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I miei occhi, aprile 2012

I miei occhi. (2)

I miei occhi. (3)

I miei occhi. (4)